
Secondo Seyran Ohanyan, nel 2016 l’Armenia era riuscita a respingere il nemico grazie alla preparazione, alla coesione nazionale e alla condotta militare. Nel 2020, questi fattori sono venuti a mancare. Egli accusa le autorità di errori, divisioni interne e fallimento della mobilitazione. La sconfitta ha portato a perdite territoriali e ha indebolito la sicurezza dell’Artsakh. La guerra avrebbe potuto essere evitata attraverso politiche meglio condotte.
Con l’avvicinarsi dell’anniversario della guerra di 44 giorni del 2020, il dibattito strategico armeno resta dominato da una domanda centrale: la sconfitta era inevitabile? Oltre alle spiegazioni tecnologiche — droni, guerra in rete, superiorità informativa — emerge una lettura più strutturale, promossa in particolare dall’ex ministro della Difesa Seyran Ohanyan: l’Armenia non avrebbe perso la sua capacità di risposta militare in quanto tale, ma avrebbe visto disgregarsi le condizioni politiche, istituzionali e organizzative che consentono a un esercito di trasformare le risorse in efficacia strategica.
Questa prospettiva sposta lo sguardo: dall’armamento allo Stato, dalla tattica alla governance, dal campo di battaglia all’architettura politico-militare. Invita a comprendere la guerra del 2020 non come uno shock isolato, ma come il prodotto di una rottura della continuità strategica, interna e regionale.
Due guerre, due matrici strategiche
Il confronto ricorrente tra aprile 2016 e autunno 2020 è, in questa prospettiva, illuminante — a condizione di valutarne i limiti. Nel 2016, l’offensiva azera era un’operazione circoscritta: guadagni tattici, test delle linee difensive, pressione sul processo negoziale. La risposta armena si basava su una catena di comando stabile, infrastrutture difensive preparate, capacità di assorbire lo shock iniziale e, soprattutto, rapida mobilitazione delle risorse umane.
L’episodio ha portato a esperienze istituzionalizzate: commissioni d’inchiesta, valutazioni tecniche, correzioni dei dispositivi. Questa cultura di adattamento post-combattimento — tratto distintivo degli eserciti professionalizzati — aveva contribuito a rafforzare la fiducia interna.
La guerra del 2020 proviene da un’altra matrice. Essa combina:
- preparazione politico-militare di lunga durata da parte azera,
- integrazione operativa turca,
- uso massiccio di droni e fuoco coordinato,
- pressione simultanea su tutta la profondità del fronte,
- coordinazione tra azione militare e obiettivo politico-territoriale.
Tuttavia, per chi sostiene una lettura strutturale, la superiorità tecnologica non spiega tutto: diventa decisiva solo quando incontra un sistema avversario disorganizzato.
La variabile decisiva: la continuità dello Stato
Diversi analisti individuano il punto di rottura nella transizione politica del 2018. Non come semplice alternanza di governo — fenomeno normale nei regimi pluralisti — ma come discontinuità strategica. La critica formulata da Ohanyan e altri attori della sfera della sicurezza riguarda la disarticolazione di tre continuità: diplomatica, istituzionale e dottrinale.
La diplomazia di sicurezza, in particolare nel quadro di negoziazione multilaterale sul Nagorno-Karabakh, si basava su pratiche accumulate, reti e compromessi impliciti. La sua messa in discussione politica può essere stata interpretata esternamente come perdita di prevedibilità — e quindi di credibilità deterrente.
Internamente, la delegittimazione discorsiva delle istituzioni ereditate — esercito, apparati di sicurezza, élite amministrative — ha contribuito a indebolire l’autorità funzionale delle strutture di comando. La guerra moderna non punisce solo le debolezze materiali; sfrutta le fratture di legittimità.
Infine, la dottrina di sicurezza — combinazione di ipotesi di minaccia, scenari di risposta e gerarchie di alleanze — ha sofferto di una fase di ridefinizione incompiuta. Il risultato: ambiguità strategica proprio quando l’ambiente regionale si induriva.
Mobilitazione: l’anello mancante
Il concetto di mobilitazione occupa un posto centrale in questa analisi. Non si riduce alla chiamata dei riservisti. Indica la capacità di uno Stato di convertire tutte le proprie funzioni — logistica, industriale, amministrativa, informativa — in supporto coerente allo sforzo bellico.
Diversi fallimenti sono stati rilevati dai critici della condotta del 2020:
- assenza di rapido passaggio a un’economia di guerra,
- mobilitazione incompleta delle riserve strutturate,
- rotazione e rinforzi irregolari delle unità,
- flussi logistici instabili,
- lavori difensivi insufficienti sugli assi di avanzata,
- coordinamento civile-militare carente.
In questa lettura, la società armena non avrebbe mancato di volontà — ma di strutturazione. La mobilitazione spontanea, se non integrata in un’architettura statale, produce dispersione più che potenza.
La guerra rivela qui una regola classica: la resilienza nazionale non è solo un dato morale, ma una costruzione amministrativa.
Tecnologia e illusione esplicativa
La spiegazione basata sui droni — onnipresente nei commenti internazionali — è considerata riduttiva da questa scuola di analisi. I sistemi senza pilota hanno indubbiamente modificato la dinamica tattica: distruzione di blindati, neutralizzazione delle difese, pressione psicologica. Ma la loro efficacia dipende dall’ecosistema: intelligence, targeting, coordinamento del fuoco, libertà d’azione aerea relativa.
In altre parole, la tecnologia produce un vantaggio se inserita in un’architettura integrata — cosa che il tandem turco-azero ha saputo realizzare. Al contrario, una difesa frammentata, anche coraggiosa, subisce l’effetto cumulativo dei colpi ripetuti.
Concentrarsi sullo strumento nasconde così una domanda più inquietante: perché l’adattamento non ha avuto luogo in tempo sul lato armeno, nonostante i segnali osservabili in altri teatri (Siria, Libia)?
Artsakh: dalla profondità strategica all’enclave
La trasformazione territoriale derivante dalla guerra modifica profondamente l’equazione della sicurezza. La perdita dei distretti periferici e dei centri strategici ha eliminato la profondità difensiva che precedentemente assorbiva lo shock iniziale. Le vecchie linee fortificate, lontane dai centri vitali, sono scomparse.
L’attuale configurazione presenta diverse vulnerabilità:
- discontinuità territoriale,
- dipendenza da assi stretti,
- esposizione logistica,
- prossimità immediata delle forze avversarie.
La presenza delle forze di pace russe diventa, di fatto, un pilastro della sicurezza. Questo spostamento della garanzia — dal nazionale all’esterno — cambia la natura della deterrenza: diventa condizionale, negoziata, dipendente da equilibri geopolitici più ampi.
Ricomposizione regionale: il fattore turco
Uno degli effetti principali della guerra è l’ingresso consapevole della Turchia come attore operativo nel teatro del Caucaso meridionale. Cooperazione militare, supporto tecnologico, allineamento diplomatico: la partnership con Baku raggiunge una soglia qualitativa.
Questa proiezione si inserisce in una strategia di influenza più ampia: corridoi di trasporto, continuità energetiche, presenza politico-militare estesa. Introduce un attore di media potenza con significativa capacità d’iniziativa in uno spazio storicamente strutturato da altri equilibri — russi, iraniani, occidentali.
Per l’Armenia, ciò significa pressione multidimensionale: militare, economica, psicologica. La guerra del 2020 appare così come un episodio di una sequenza regionale più lunga.
Guerra evitabile?
La tesi dell’evitabilità si fonda su due leve: garanzie internazionali e garanzie interne. Le prime riguardano diplomazia, quadri negoziali, alleanze funzionali. Le seconde coesione nazionale, credibilità militare e governance della crisi.
Secondo questo approccio, la deterrenza fallisce quando questi due livelli si deteriorano simultaneamente. Si apre allora la finestra di opportunità per l’attore revisionista.
Anche nell’ipotesi di un conflitto diventato probabile, una migliore preparazione politico-militare avrebbe, secondo i suoi sostenitori, consentito una stabilizzazione più favorevole del fronte — riducendo l’entità delle perdite territoriali.
La sconfitta come crisi di governance strategica
La conclusione va oltre il solo caso armeno. Pone una domanda universale: cosa costituisce la capacità di risposta di uno Stato? Non solo l’arsenale, ma la coerenza. Coerenza delle istituzioni, continuità delle dottrine, credibilità delle alleanze, disciplina delle catene decisionali.
La guerra del 2020, in questa lettura, dimostra meno l’impotenza militare che la disarticolazione strategica. La ricostruzione sarebbe quindi principalmente istituzionale e non materiale.
Resta una domanda aperta: uno Stato indebolito dalla sconfitta può ristabilire rapidamente questa coerenza in un ambiente regionale divenuto più vincolante? La risposta a questo quesito, più che il prossimo acquisto di armamenti, determinerà la futura capacità di risposta.

