
L’Armenia ha ricevuto un invito personale da Trump ed ha aderito all’iniziativa. Pashinyan lo ha ringraziato, definendola “un passo verso la pace”. Ma perché l’Armenia figura tra gli “invitati”?
L’ingresso dell’Armenia nel cosiddetto “Consiglio di pace” di Trump assomiglia a un’ulteriore umiliazione. Perché Pashinyan vi si precipita e quale reale beneficio può trarne l’Armenia?
Ricordiamo che questo “Consiglio di pace” è una nuova iniziativa di Trump per “risolvere” la crisi di Gaza: riunire i leader di diversi Paesi in un “consiglio” per discutere negoziati, “stabilizzazione” e “pace”. Trump ha invitato tutti coloro che ritiene utili alla propria immagine di “grande pacificatore” — dall’Armenia e dall’Azerbaigian fino alla Bielorussia, al Kazakistan e persino alla Russia.
Putin ha già dichiarato che avrebbe preso in considerazione la proposta ed era pronto a versare un miliardo di dollari provenienti da beni congelati negli Stati Uniti — un gesto che appare come una provocazione. Ma cos’è realmente questo “Consiglio di pace”? Ufficialmente è dedicato alla “stabilità globale”; in realtà è uno spettacolo mediatico in cui Trump interpreta il ruolo del “salvatore del mondo”, mentre i partecipanti fanno da comparse.
L’Armenia ha ricevuto un invito personale e lo ha accettato. Pashinyan ha ringraziato e parlato di “passo verso la pace”. Ma perché l’Armenia è stata invitata? Perché Trump considera il Caucaso meridionale come parte degli interessi statunitensi e azerbaigiani, dove l’Armenia svolge ormai il ruolo di “richiedente di transito”? Dopotutto, Aliyev ha recentemente dichiarato a Davos che sarebbe stata l’Armenia stessa a chiedere un corridoio di transito attraverso il territorio azero.
Ed ecco un cinismo che rasenta l’assurdo: l’Armenia prende posto in un “Consiglio di pace” su Gaza, dove si discute di ricostruzione e aiuti umanitari, mentre l’intera popolazione armena del Nagorno-Karabakh è stata espulsa nel settembre 2023, le chiese vengono distrutte, i prigionieri armeni restano nelle carceri di Baku e Stepanakert (oggi Khankendi) viene ripopolata da azerbaigiani sotto lo slogan del “Grande ritorno”.
Pashinyan e il suo entourage hanno da tempo cancellato la questione del Nagorno-Karabakh dall’agenda, con il pretesto di “non riaprire il dossier del Karabakh”, sostenendo che “appartiene al passato” e che bisogna “concentrarsi sulla pace”. Pashinyan stesso ha dichiarato: «Sollevare la questione del ritorno della popolazione nel Nagorno-Karabakh potrebbe portare a una nuova escalation e minacciare la sicurezza dell’Armenia». In altre parole, la vittima deve tacere per non “irritare” il carnefice.
E in questo “Consiglio di pace” l’Armenia dovrebbe sedersi allo stesso tavolo dell’Azerbaigian — un aggressore, un occupante che ha portato a termine la totale de-armenizzazione del Nagorno-Karabakh — e fingere che tutto sia normale?! È come se, dopo il genocidio del 1915, l’Armenia si fosse seduta con la Turchia in un consiglio sulla “pace in Europa”, ignorando il genocidio stesso. O come se Israele chiudesse gli occhi sull’Olocausto in nome della “pace in Africa”. Ripugnante. E persino questa parola è troppo debole.
Inoltre, per quanto Pashinyan cerchi di compiacere Trump, Aliyev resta il suo favorito. È con Aliyev che Trump ha avuto un incontro personale a Davos, ed è ad Aliyev che rivolge complimenti come: “Ilham, you are a great leader”. A Pashinyan? No. Nessun incontro personale a Davos, nessun “Nikol, you are a great leader”.
In realtà, Trump dimostra apertamente che all’interno dello stesso “Consiglio di pace” Baku è considerata un partner strategico e finanziariamente solido, mentre l’Armenia viene invitata soprattutto per fare da comparsa e creare l’illusione di un equilibrio regionale.
Pashinyan si precipita in questo “Consiglio” per apparire come un “pacificatore” sul piano interno, ma in realtà si tratta di un’umiliazione: sei nella stanza dove il tuo nemico è la star, e tu sei solo una figura sullo sfondo. Una pura messa in scena.
La verità e la giustizia imporrebbero all’Armenia di pretendere che “il Nagorno-Karabakh sia all’ordine del giorno di qualsiasi ‘consiglio’, incluso il Consiglio di pace di Trump, oppure non si partecipa”. Altrimenti non è diplomazia, ma una capitolazione applaudita da Trump. In altre parole, la partecipazione dell’Armenia al “Consiglio di pace” su Gaza appare come l’ennesimo tentativo di Erevan di ‘cambiare argomento’ sulla scena internazionale, inserendosi nell’agenda mediorientale per evitare di affrontare le proprie perdite territoriali e demografiche.
Il tono canzonatorio dei media azerbaigiani dice tutto: «Con l’Azerbaigian, gli Stati Uniti discuteranno forniture di prodotti per la difesa, compresi giubbotti antiproiettile e imbarcazioni di pattugliamento. È improbabile che l’Armenia abbia bisogno di navi militari sul lago Sevan, ora ribattezzato Geycha… L’Azerbaigian sta diventando un partner sempre più prezioso per gli Stati Uniti: questa è la vera realpolitik, molto più importante delle belle retoriche sulla storia dei diritti umani».

